Come affrontare la fine di una storia dopo i trent’anni
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coppia in crisi dopo i trent'anni
29 aprile 2016 - 16:22, da ,

Chi ci è passato lo sa: se affrontare la fine di una relazione di coppia non è mai una cosa semplice, farlo dopo i trent’anni può risultare terribilmente difficile.

In generale ogni storia che finisce porta un profondo senso di tristezza e una sensazione di fallimento e frustrazione che solo il tempo potrà permettere di superare; ma dopo i trent’anni non si tratta solo di questo, c’è dell’altro. Passata la famigerata soglia degli “enta”, infatti, la fine di una storia porta spesso con sé una presa di coscienza più ampia, costringendoci a fare il punto sulla nostra vita. La sensazione di “non avere più tempo” diventa così un ostacolo aggiunto, che rende più difficile accettare la fine di una fase della nostra vita e ricominciare a costruire un nuovo equilibrio.

In effetti, non è facile metabolizzare una separazione ad un età che, a livello sociale, viene ormai vissuta come il momento di concretizzazione in ambito affettivo. In poche semplici parole, succede che i nostri amici si sposano, le nostre bacheche Facebook pullulano di foto di pargoli dei nostri conoscenti, mentre noi dobbiamo serrare i denti e ricominciare da capo.

Già, ricominciare. Ricominciare mentre gli altri raggiungono traguardi importanti; mentre il cosiddetto orologio biologico sembra mettere (almeno alle donne) sempre più fretta.

Com’è possibile allora non rimanere travolti dal fallimento del nostra relazione?

Come si può ripartire accettando la fine di una storia dopo i trent’anni?

Innanzitutto dimentichiamoci di dover davvero “ricominciare da capo”.

Se si tratta di metter un punto e riprendere a scrivere un nuovo capitolo della nostra storia ben venga, ma non cadiamo mai nell’errore di credere di dover (o poter) dimenticare una fase importante della nostra vita.

Può sembrare pura retorica, ma non è così: ristrutturare la nostra quotidianità dopo la fine di una storia non significa cancellare con un colpo di spugna anni, mesi e giorni e ricominciare da dove eravamo rimasti.

Il motivo è semplice: la nostra vita non tornerà mai ad essere “quella di prima” perché con tutta probabilità neppure noi saremo “quelli di prima”.

In primo luogo, il tempo trascorso ci avrà reso presumibilmente diversi da come eravamo all’inizio della nostra storia; avremo nuovi interessi e magari nuovi ritmi e abitudini. In secondo luogo ogni percorso di coppia, anche se fallimentare nel lungo periodo, porta cambiamenti più o meno profondi nella nostra personalità. E questo vale tanto più per le storie di lunga durata.

Non dobbiamo dimenticare e ricominciare da capo quindi, ma rimodellare la nostra vita sulla base di ciò che siamo ora.

Concediamoci il tempo necessario per ripartire.

È vero, l’orologio biologico incombe e i nostri amici si sposano, ma noi non siamo automi e dobbiamo prenderci il tempo che ci serve.

Come molti eventi traumatici anche la fine di una storia d’amore deve essere metabolizzata attraversando quattro fasi emotive, ovvero l’incredulità, la tristezza, la rabbia e, infine, l’accettazione. Vediamole da vicino.

Quando una storia finisce, ci si trova spesso in prima battuta a subire un effetto di straniamento: dato che non abbiamo ancora avuto modo di provare l’effetto della mancanza dell’altro nelle nostre giornate, ciò che è successo non sembra quasi reale. Restiamo così, increduli, con l’impressione di trovarci in un brutto sogno.

Il tempo che passa però cancella ogni dubbio: sperimentando la mancanza dell’altro nel quotidiano siamo costretti a prendere atto che, sì, la nostra storia è finita. Inizia così una fase di tristezza o disperazione, che è fisiologica e può avere una durata variabile a seconda di molti fattori, come l’intensità della storia, i motivi per cui è finita, ecc. Tipicamente in questa fase siamo portati a commiserarci e, al contempo, a cercare di giustificare il nostro partner.

Solo con la successiva fase di rabbia riusciremo a prendere le distanze dall’altra persona e a mettere finalmente in discussione il suo comportamento, iniziando così un vero e proprio allontanamento fino ad arrivare all’accettazione dell’accaduto.

Ecco quindi l’ultima fase: accettare quanto è successo non significa solo prenderne atto, ma essere in grado di darvi un significato e di integrarlo nella nostra vita per poter ricominciare a investire sulla nostra dimensione individuale.

È evidente che il percorso che abbiamo descritto non può essere semplice, né tantomeno immediato: la distruzione dell’immagine di coppia, che era una delle dimensioni della nostra identità individuale, ci costringe infatti a ristrutturare l’immagine che abbiamo di noi stessi. Si tratta di un processo fondamentale per ripartire, ma che non può essere compiuto a caldo, dall’oggi al domani.

Ci vuole tempo quindi, come dicevamo. Sì, ma quanto?

Se dare un’indicazione temporale precisa senza considerare la particolare realtà di ogni singola situazione resta impossibile, è però utile provare a definire un lasso di tempo massimo che, se oltrepassato, deve farci riflettere attentamente sul nostro stato emotivo prendendo in considerazione l’idea di farci aiutare ad elaborare positivamente il distacco.

A questo proposito è a dir poco suggestiva l’idea, che arriva da più parti, secondo cui il tempo ideale per elaborare un trauma sia un anno. Secondo questa prospettiva, infatti, solo con il trascorrere di un intero anno è possibile ripercorrere tutte le stagioni e le ricorrenze cicliche affrontandole in una nuova dimensione.

Se il tempo necessario per tornare a stare bene può variare notevolmente a seconda delle caratteristiche personali e delle situazioni, è però sempre vero che alcuni modelli di comportamento tipici, come i ripetuti avvicinamenti e allontanamenti tra le parti, possono dilatare di molto le tempistiche utili per una serena accettazione dell’accaduto. I classici “tira e molla” infatti, costringono a riconsiderare in continuazione lo stato delle cose non consentendo di raggiungere una fase di rabbia e di distacco e di fatto rendendone impossibile l’accettazione.

Diamoci tempo, ma non troppo.

O meglio, non lasciamo che passi troppo tempo senza che avvenga un cambiamento o un’evoluzione nel nostro modo di rapportarci con il dolore che proviamo. Forse è superfluo far notare che una tristezza continua, che non sfocia mai in un distacco e in una valutazione critica del comportamento dell’altro, deve essere un campanello d’allarme da valutare con attenzione.

Il punto è che il dolore che non evolve in qualcos’altro, ma resta sempre presente e uguale a se stesso, può trasformarsi in una vera e propria depressione. Facciamo quindi attenzione a trascurare gli effetti della fine di una storia se si protraggono a lungo nel tempo: non dobbiamo essere troppo pretenziosi con noi stessi, ma neppure eccessivamente passivi e rassegnati!

Riflettiamo sul nostro stato emotivo e modifichiamo di conseguenza i comportamenti che mettiamo in atto per stare meglio.

In sintesi, quello che si intende qui è che ogni strategia che mettiamo in atto per riuscire a ripartire, deve essere valutata in termini di efficacia: se ripetiamo sempre le stesse azioni ma queste non ci portano a miglioramenti, forse è il caso di cambiare strategia.

Non solo: se proviamo da tempo a risolvere la situazione ma non abbiamo mai un risultato, forse significa che le nostre risorse non sono sufficienti e abbiamo bisogno di aiuto.

Essere pronti a mettere in atto cambiamenti, peraltro, è fondamentale per riuscire a rimodellare la nostra vita. Così come continuare a fare da soli tutto ciò che si faceva in coppia non è solitamente una buona idea e difficilmente ci aiuterà a superare il nostro dolore, insistere oltre misura su azioni, strategie e propositi fallimentari senza provare a modificarli non ci porterà improvvisamente a un miglioramento.

Essere disposti a riflettere e a cambiare è indispensabile per riuscire a risolvere un problema.

Cerchiamo di essere disposti a farci aiutare.

Quando finisce una storia, una delle prime reazioni spontanee è quella di chiudersi nella propria nicchia di affetti “forti”: la famiglia, le amicizie storiche, ecc. Tuttavia, poiché nascano nuove opportunità e si ritorni davvero ad una gestione costruttiva della propria vita, è necessario che questo periodo di ripiegamento sugli affetti forti sia lentamente accompagnato da una nuova apertura verso l’esterno.

Questo vale tanto più dopo i trent’anni, quando il microcosmo sociale che ci circonda, per quanto intenzionato a fornirci un supporto emotivo, raramente riesce a supportarci in modo pratico sottraendo parte del proprio tempo agli impegni quotidiani per accompagnarci in nuove attività.

L’aiuto delle persone che amiamo è sicuramente importante quindi, ma non può essere considerato come la nostra unica ancora di salvezza: il percorso di ripartenza che dobbiamo compiere deve partire innanzitutto da noi stessi. Ecco perché è fondamentale, quando ci accorgiamo di non avere abbastanza risorse per uscire da un periodo così delicato della nostra vita, non fare affidamento solo sui nostri famigliari ma essere disposti a chiedere aiuto ad un professionista.

Il supporto che possiamo ricevere in questo modo, infatti, è molto diverso dalla vicinanza emotiva che ci possono offrire le persone che ci amano: un professionista ci potrà offrire un aiuto pratico, guidandoci concretamente verso la costruzione di un nuovo equilibrio personale.

Se stai cercando da tempo di risolvere una situazione analoga e pensi di avere bisogno di aiuto per superare questa fase difficile della tua vita, contattaci! I professionisti della nostra equipe ti aspettano per aiutarti a risolvere il tuo problema.


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Da un contributo delle Dott.sse Greta Zanetti e Ilaria Provana.

A cura di Francesca Gotti.

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